Elvira racconta

Elvira racconta: L’Alfa Romeo “tipo 163” di Ricart

29 MARZO, 2017

Tra i progetti dell’ing. Wifredo Ricart mai realizzati c’è anche una berlinetta da corsa che se fosse stata costruita sarebbe stata un’auto rivoluzionaria, anticipatrice di concetti costruttivi modernissimi.

Wifredo Pelayo Ricart inizò a lavorare in Alfa Romeo come consulente nel 1936, ma il suo nome comparve nel libro paga della società solo nell’ottobre del 1937, un mese dopo l’uscita di Vittorio Jano. Fu dunque, a sorpresa, un ingegnere spagnolo, originario di Barcellona , il successore del progettista torinese. Tutti erano convinti che l’incarico sarebbe andato a Gioachino Colombo.

Ricart e la sua èquipe progettarono nel 1941, la Tipo 163, una berlinetta da corsa per la categoria Sport con motore da 3 litri di cilindrata. La carrozzeria era chiusa con ruote coperte per migliorare l’effetto aerodinamico. Il propulsore era quello adoperato per la Tipo 162, concepito da Ettore Pagani, capo disegnatore dei progetti speciali, come risulta dal disegno n. 260 del 17.11.1938.

Privo di compressore e con 13 modifiche apportate da questa data fino al 24 luglio del 1941, il motore fu adattato al nuovo telaio a longheroni posizionandolo nella zona posteriore centrale. La sospensione anteriore era a ruote indipendenti con barre di torsioni longitudinali e posteriormente con assale De Dion. Una delle novità era l’impiego del comando idraulico del cambio con la leva situata sul cruscotto. I progetti produttivi di questo modello prevedevano anche il montaggio di un 12 cilindri derivato dal prototipo S10, solo per una produzione in piccola serie per i clienti sportivi.

I disegni costruttivi del telaio sono di Gioachino Colombo (il tecnico che, estromesso dall’arrivo di Ricart, finì poi col passare definitivamente alla Ferrari) che firma anche quelli della carrozzeria, interamente in lamiera di elektron, dimostrando di essere così anche un incredibile stilista. Colombo immaginò una vettura assolutamente innovativa che rompeva con gli schemi tradizionali, ipotizzando linee che solo oggi ci appaiono familiari.

Partendo dai disegni conservati presso l’Archivio Storico Alfa Romeo, vi mostriamo una inedita “visualizzazione “ della 163 realizzata dal disegnatore olandese Rens Biesma e pubblicati nel 2001 su La Manovella, la rivista ufficiale dell’ASI.

Per Ricart questa vettura fu una sfida che ricorda , per coraggio, l’Alfa Romeo Ricotti, soprannominata “Siluro”, realizzato dal carrozziere milanese Castagna nel 1914, per il conte Ricotti.

Peccato che quest’auto fu solo sognata. Secondo i ricordi di un collaboratore di Gioachino Colombo, la vettura fu completata in parte, e solo a scopo sperimentale, per constatarne la validità del montaggio dei principali particolari. Finita del tutto non lo fu mai.

Il rapporto di produzione datato aprile 1943 elenca infatti solo pochi pezzi realizzati eprecisamente: 10 supporti per sospensione anteriore e 5 per sospensione posteriore, 1 serbatoio olio, 40 particolari per telaio, 1 cruscotto, 3 colonnette sostegno porta ruote, 8 mensole per sostegno radiatore acqua, 8 prolungamenti longheroni anteriori, 4 tubi scarico olio dalla scatola cambio ai cilindri, 4 telai sostegno batterie accumulatori, 10 mensole attacco coperchio posteriore, 10 tubi uscita acqua dai cilindretti. Era stato, inoltre, modificato e montato un cambio tipo 512. Due mesi più tardi, la 163 compare in un elenco delle commesse sperimentali come vettura da corsa da costruire insieme a vetture tipo 512.

Nel mese di dicembre del 1945 figura ancora in una distinta delle vetture sperimentali da corsa e sport esistenti ed è così descritta: “vettura tipo 163, guida interna, incompleta e in attesa di essere completata, in deposito ad Orta (uno dei decentramenti allestiti per sfuggire ai bombardamenti di Milano). Questo è l’ultimo documento disponibile in Archivio sulla Tipo 163. Di questo prototipo non si parlò più se non sporadicamente su qualche rivista automobilistica.

Su Auto Moto Avio del 31 marzo 1946, in un articolo dal titolo: “Le corse e il materiale da corsa attualmente efficiente” Giovanni Canestrini scriveva:

“Peccato che quest’auto fu solo sognata.”

“Il parco corse dell’Alfa Romeo comprende 6 vetture del tipo 158 con motori 8 cilindri in linea. Queste vetture costruite nel 1937-1938 montano un motore di 58-70 che in origine a 7000 giri sviluppava 195 cavalli. Si può ritenere che attraverso le successive modifiche abbia raggiunto i 240 cavalli. La stessa Alfa Romeo possiede poi un autotelaio sperimentale 158 D, 2 vetture 12 cilindri senza compressore (tipo 412) , due 8 cilindri Mille Miglia 1938 di 2900 di cilindrata, uno spider 8 cilindri dello stesso tipo, una 16 cilindri sperimentale Tipo 163 con motore 162 da tre litri ed altro materiale utile ai fini dell’attività sportiva ed agli studi”.

Giovannino Lurani, giornalista e gentleman driver, su Auto Italiana del 15 febbraio 1950 raccontò di una sua visita al Portello: “dopo aver visitato la parte di officina riservata alla produzione di serie siamo potuti entrare nel “sancta sanctorum” e quanto abbiamo potuto ammirare potrebbe fornire argomenti per numerosi articoli densi di grande interesse. Invece, logicamente per dovere di discrezione indispensabile, ci limiteremo a dire che abbiamo potuto vedere dei prototipi, alcuni anche assai anziani di vetture di cui mai sognavamo l’esistenza.

Chi avrebbe creduto, per esempio all’esistenza di una vettura sport estremamente aerodinamica, a motore posteriore?

Della Tipo 163, si è scritto poco o nulla. Solo Griffith Borgeson, nel suo libro “Alfa Romeo Tradition”, pubblicato nel 1990, tratteggia a fondo la figura di Ricart e si sofferma più degli altri sulla “perduta” 163.

In realtà l’auto fu creduta “ritrovata” nell’agosto 1978 quando la rivista Quattroruote pubblicò la lettera di un lettore milanese che scriveva di aver letto su un giornale inglese che in Irlanda del Nord era stata ritrovata una vettura da competizione con motore centrale che avrebbe potuto essere l’Alfa Tipo 163, del progettista spagnolo.

Ma lo era veramente? La redazione della rivista rispondeva affermando che, se pur molto somigliante, la vettura ritrovata non era la Tipo 163 perché si presentava molto differente sia nella carrozzeria, sia nelle parti meccaniche. Faceva inoltre rilevare che Luigi Fusi, storico dell’Alfa Romeo, interpellato sulla questione, riteneva che si trattasse di una elaborazione effettuata artigianalmente ed escludeva qualsiasi parentela con la Tipo 163 di Ricart.

Due anni dopo, precisamente sul nr. 294 del maggio 1980, sempre Quattroruote tornava sull’argomento rispondendo ad un altro lettore di Laveno che poneva il medesimo interrogativo, fornendo però notizie più dettagliate.

L’automobile ritrovata, diceva, era stata progettata e costruita durante la guerra da due fratelli di Fiume, Gino e Oscar Jankovits, entrambi studenti, uno d’ingegneria e l’altro di architettura. Per metterla insieme avevano impiegato quattro anni, utilizzando in partenza il gruppo motore-cambio di una Alfa Romeo 6C 2300 del 1934. Il motore era alloggiato posteriormente come la Tipo 163 ma diversamente dalla 163 era a guida centrale. La linea risultava aggraziata nonostante la imponente coda.

La carrozzeria, aperta, era di tipo aerodinamico. Misteriosa invece l’origine del telaio che, per qualità, faceva quasi supporre un intervento della stessa Alfa Romeo. Finita, la vettura era stata anche immatricolata con targa 2757 FM.

Quando Fiume fu occupata i due fratelli, temendo la confisca della vettura, la portarono a Trieste dove accettarono di venderla ad un ufficiale americano che la trasferì negli Stati Uniti e lì fu esposta al Vintage Car Store di New York. In seguito, fu acquistata da un inglese rivenditore d’auto d’epoca e finì in Irlanda del Nord. Nel 2001, seppi che la vettura si trovava in Italia.

Luigi Fusi andò a trovare i due fratelli ed ebbe da loro la foto che vedete. E’ subito evidente che si tratta di un’altra auto anche se qualche affinità con la Tipo 163 c’è. Ma si tratta solo di una straordinaria somiglianza.

Tornando a Ricart, c’è da dire che il suo periodo in Alfa Romeo coincise con un momento storico drammatico; ma la sua intelligenza e le sue capacità realizzative unite a quelle dei suoi collaboratori e sostenuti dalla “mente” dell’Alfa, l’ingegner Ugo Gobbato, seppero reagire alle distruzioni della guerra, gettando uno sguardo di speranza verso il futuro, quel futuro che avrebbe visto realizzato molto di quel che era stato pensato ma che , allora, non era stato possibile produrre.

Un’ occasione per ricordare una storia leggendaria e tutti coloro che hanno contribuito a creare il mito Alfa ma anche per attrarre e motivare nuove generazioni a tenere ancora vivo questo mito negli anni a venire.